martedì 29 marzo 2011

Arlington

Il Mattino


Una mattinata fredda e ventosa investe il visitatore appena uscito alla luce dal buio della metropolitana. Una strada larga, pressoché deserta, e prati e siepi. Washington si stende alle spalle, superato il ponte sul Potomac. Da questo lato del fiume siamo in Virginia, ancora qualche minuto a piedi e si attraversa l’ingresso. Il cimitero nazionale di Arlington non è in cima alla classifica dei luoghi più frequentati d’America, circa quattro milioni di visitatori ogni anno, ma è impossibile voler capire qualcosa del Grande Paese senza passare di qui. L’idea stessa della patria viene forgiata su questa collina, funerale dopo funerale. Se ne celebrano un centinaio alla settimana, dal lunedi al venerdi: picchetti, marce solenni, il feretro avvolto nella bandiera, il saluto, il dolore composto di chi piange qualcuno che, se compie qui l’ultimo viaggio, riceverà per sempre lo stigma dell’eroe. Il protocollo è rigoroso e varia da un servizio “base” reso sul sito della tomba agli onori militari, i quali a loro volta si classificano da “standard” a “pieni”, con inclusione progressiva di plotone d’accompagnamento, scarica di fucili, banda musicale.
Nel grande silenzio della collina il suono della tromba riesce sempre a commuovere.
Negli Stati Uniti, dovunque si celebrino funerali con onori militari la melodia (chiamata “Taps”) è sempre la stessa. La composizione risale alla Guerra Civile ed è attribuita al generale Butterfield: una sera del luglio 1862 dopo sette giorni di battaglia davanti a Richmond (siamo sempre in Virginia, uno Stato chiave nell’epopea della creazione degli Usa),il generale chiamò il trombettiere dell’Armata del Potomac  affinché ripetesse le note che egli stesso gli avrebbe fatto sentire. Dopo molti tentativi e modifiche il generale fu soddisfatto e fece adottare la nuova melodia al posto di quella chiamata “Spegnete le luci” allora in voga.  Arlington occupa un posto a sé stante nell’elaborazione americana del lutto. E’ “il” cimitero dei caduti in guerra (o dei veterani che in guerra si sono ricoperti di onori), pilastro della memoria nazionale costruita su coloro che hanno sacrificato la vita per la bandiera più bella del mondo -ammettiamolo. L’ufficio informazioni funziona magnificamente: cortesia, mappe, indicazioni, bagni immacolati, tepore. Itinerario a piedi o con navetta. Si è tenuti al rispetto. Anche se non ci sono celebrazioni in corso si calpesta una terra che chiede soprattutto silenzio. Il verde a perdita d’occhio e i filari infiniti delle pietre tombali tutte uguali: stondate nella parte alta e bianche. Le piccole lastre sono il segno fondamentale di Arlington. Sistemate in diagonale o lungo immaginarie linee curve, seguono per chilometri i saliscendi del terreno e i settori ritagliati dalle stradine pedonali. Le croci sono poche, e meno ancora i piccoli obelischi, indizio di appartenenza massonica, così come le pietre più grandi e lavorate e i manufatti semimonumentali.
In gran parte, ciò che si discosta dalla tomba standard risale alla parte più antica del cimitero, vicina alla Arlington House, grande villa neoclassica posta sulla sommità della collina a guardare tutta la spianata del Mall, cuore della capitale, dal Lincoln Memorial al palazzo del Congresso passando per il grande obelisco. Invece quasi tutti i morti della modernità giacciono sotto la stessa lattea uniforme funebre. Arlington è il cimitero creato dalla religione civile nazionale: valori riconosciuti da tutti gli americani come fondanti l’identità comune senza che questa debba necessariamente qualificarsi in modo confessionale. Libertà, uguaglianza davanti alla legge, giustizia, democrazia possono anche discendere dalla fede cristiana dei padri pellegrini, ma devono vivere come piattaforma ideale valida per tutti e che tutti sono impegnati a consolidare attraverso il proprio credo, qualunque esso sia.
John Fitzgerald Kennedy aveva visitato Arlington nel marzo 1963, otto mesi prima di essere assassinato a Dallas. Alla guardia che lo accompagnava disse che il posto era così bello che avrebbe potuto stare li per sempre. Sulla sua tomba è accesa una fiamma eterna, secondo il desiderio espresso da Jacqueline, sepolta qui a fianco del marito, il presidente più amato di tutti i tempi: un quadrilatero di pietre in mezzo all’erba  protetto da un basso muro ellittico che porta incise alcune frasi del memorabile discorso dell’inaugurazione presidenziale del 1961. Pochi metri fuori dal perimetro di John e Jackie (cui fanno compagnia anche due figli), una lastra appoggiata sul terreno e una piccola croce di legno dipinta di bianco, uno dei rari simboli cristiani in tutto il cimitero e il solo di legno, ricordano Robert Kennedy, ucciso nel 1968.
Le struggenti memorie della famiglia Kennedy (perché loro? perché così giovani? perché così tanti lutti?) trascolorano presto in quelle dell’intera nazione. Ad Arlington ci sono i morti della guerra di indipendenza contro gli inglesi e della guerra civile di un secolo dopo (con i settori separati per i soldati afroamericani che pure si sacrificarono per i nordisti dell ‘Unione, contrassegnati con Usct, United States Colored Troops), della guerra contro la Spagna e della rivolta dei Boxer in Cina (attorno al 1900), della prima e della seconda guerra mondiale, della Corea e del Vietnam, del Libano e dell’Irak, di quegli strani e misteriosi conflitti di Grenada e Panama, e dell’attentato dell’11 settembre 2001 contro il Pentagono. Nomi e nomi, a centinaia di migliaia, scolpiti nell’anima stessa dell’America, intessuta di potenza e di emozione come nessun’altra. Più in alto di tutti, in un sarcofago bianco, le spoglie di un soldato ignoto, simbolo di tutti quelli che “solo Dio conosce”, come dicono le parole incise nel marmo.


Il Mattino - 29 marzo 2011